STORIA DEL PROGETTO DEL MUSEO

Più di cinquemila sono le apparecchiature informatiche acquisite tra il 1975 e il 2016 da Francesco Piva, ideatore, fondatore e poi segretario della CLAC, Comunità per le Libere Attività Culturali. Assetato di sapere, la sua cultura spaziava dalla biologia all’astronomia, dall’ambiente all’archeologia, dalla medicina all’elettronica, ecc. Proprio la sua passione per l’Elettronica lo aveva portato a collaborare con due professori dell’Università di Padova per costruire la “Macchina di Statistica”, uno dei primi calcolatori a valvole in Italia. Da qui, consapevole della rapidità con cui l’informatica si evolveva ebbe la visione lungimirante di raccogliere macchine. La raccolta è eterogenea e delle più svariate ditte produttrici, va da quello che rimane del calcolatore a valvole ai mainframe, dai minisistemi ai primi personal e portatili, e poi terminali, server, lettori di nastri di carta, perforatori di schede, plotter, tavolette grafiche… Tutti i pezzi sono stati donati da aziende, enti, università, privati, ecc. Si tratta di un enorme patrimonio di cultura scientifica e tecnologica, ma anche storica e sociale.

L’obiettivo di Piva era quello di realizzare un MUSEO DI INFORMATICA, ma molto speciale, diverso da ogni altro: con singolare lungimiranza voleva porre l’accento sulle implicazioni antropologiche della rivoluzione informatica e sulle sue ricadute nella società. Però tutto il materiale era stato accatastato alla rinfusa, più di 2000 macchine. Nel 1997 Silvia Basaldella si fa carico di catalogare tutta la raccolta e, sotto la guida di Francesco e con l’aiuto di stagisti del progetto europeo Leonardo, riposiziona i computer e procede alla selezione e alla pulizia di quelli da esporre nel costituendo Museo, spostando via via i pezzi da un edificio all’altro. Qui il catalogo delle macchine esposte. Fa parte della catalogazione anche la Biblioteca Informatica di circa 1700 tra libri di informatica e manuali.

Già il 17 febbraio 2000, non a caso il 400° anniversario della morte sul rogo di Giordano Bruno, in uno degli edifici dell’ex Macello di via Cornaro,, è stato inaugurato il “Museo Didattico di Storia dell’Informatica” che rimase operativo fino all’estate del 2001 (vd. foto Museo). Il Museo era frequentato su prenotazione da scolaresche e appassionati, perfino dall’estero, essendo all’epoca uno dei pochissimi Musei di Informatica al mondo! Nell’aprile del 2000 Francesco Piva pubblica con Silvia Basaldella un articolo su CONFLUENCES, prestigiosa rivista dell’UNESCO, dove si illustra quali sono le linee guida per la realizzazione del Museo.

Nei primi mesi del 2001 si segnala alla Regione che nel Museo ci sono infiltrazioni d’acqua dal tetto.

Nel luglio 2001 Silvia Basaldella deve interrompere la sua collaborazione con il Museo.

Successivamente nessuno ebbe più modo di seguire il progetto, pertanto il materiale è stato quasi sempre inaccessibile al pubblico in quanto era, e in buona parte è ancora, accatastato in più edifici, spesso subendo le ingiurie del tempo visto che il tetto non era mai stato riparato.

Nel 2007, per far posto al Planetario, molte macchine vengono spostate, alcune vengono accatastate in due container, altre finiscono al Museo di Biella, altre spariscono…

Nel 2016 viene a mancare Francesco Piva, l’anima del progetto. Segnaliamo l’articolo scritto dal figlio Giovanni che descrive molto bene la personalità del padre.

La situazione delle macchine peggiora sempre di più, piove dentro dal tetto, ci sono vetri rotti, fino ad arrivare a quello che vediamo in questo video girato da Urbex (Urban exploration) nel dicembre 2019. Interessante leggere anche i commenti dove molti invocano il salvataggio delle macchine e la realizzazione di un Museo. La porta era divelta, chiunque poteva entrare, alcune delle macchine che si vedono nel video non ci saranno più nel momento dello sgombero…

Nel 2020 il Comune decide di restaurare il tetto che nel frattempo è in parte crollato e bisogna sgomberare l’ex Museo. Nel luglio 2020, in piena pandemia, l’Assessore alla Cultura Colasio affida alla prof.ssa Silvia Basaldella che aveva curato, sotto la guida di Francesco Piva il Museo vent’anni prima, e al prof. Amedeo Maddalena esperto di elettronica, il compito di sovrintendere allo sgombero dell’edificio. Le macchine vengono spostate in un altro edificio e in 4 container. Purtroppo molte bellissime macchine sono state danneggiate irreparabilmente, ma molte altre in posizione più protetta si sono salvate. Da quel momento si continua a lavorare come volontari al riordino e alla ri-catalogazione delle macchine in quanto dal 2001 al 2016 Francesco aveva acquisito altre 3000 apparecchiature circa distribuite in 3 edifici. La catalogazione è parziale perché tantissime macchine sono inaccessibili e manca uno spazio di lavoro. Oltre alle macchine ci sono anche migliaia di riviste, manuali e libri di informatica con cui realizzare una vastissima Biblioteca tematica.

L’esistenza di questo tesoro inestimabile di testimonianze storiche dell’evoluzione tecnologica è sconosciuto ai più, persino a padovani che lavorano nel settore. Ci sono stati momenti in passato in cui parte del materiale è stato disperso, forse addirittura eliminato, ed è un rischio che non possiamo permetterci di correre!

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